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Schiavone sulla rotta dei veleni, tra Gaeta e Mogadiscio
Dopo la tardiva "desecretazione" dei verbali della Commissione rifiuti, una nuova intervista (Andrea Palladino sul Manifesto) aggiunge importanti tasselli alla storia tra le "navi a perdere" e i traffici gestiti dai casalesi
Carmine Schiavone, ex boss del clan dei casalesi, era a conoscenza che la criminalità aveva affondato alcune imbarcazioni per coprire dei traffici illeciti, e lo avevamo raccontato qui su Maree la scorsa settimana, subito dopo la desecretazione dei verbali della sua audizione del 7 ottobre 1997 davanti alla commissione rifiuti.
«So che c'erano navi - fu la risposta del pentito ad una domanda del presidente della commissione Massimo Scalia - e che qualcuna è stata affondata nel Mediterraneo, però sono ricordi sbiaditi. Ricordo che una volta si parlò di una nave che portava rifiuti speciali e tossici, scorie nucleari, che venne affondata sulle coste tra la Calabria e la Campania, ma è sempre un discorso che è stato fatto in linea di massima fra noi».
Ma in che modo Schiavone aveva appreso queste informazioni? E' la domanda che Andrea Palladino del Manifesto ha posto questa settimana direttamente l'ex cassiere di Casal di Principe ( articolo ), in un'intervista nella quale sono emersi alcuni particolari interessanti.
«Della navi me ne parlarono Sandokan e De Falco, quindi riferisco quanto ho ascoltato e non vissuto direttamente – ha detto Schiavone - ci sono due navi affondate». Il primo naufragio pilotato sarebbe avvenuto nel 1982. La nave era carica di droga e l'affondamento fu deciso «per far sparire tutto, perché avevano intercettato il viaggio».
Un secondo mercantile, questa volta carico di rifiuti, sarebbe stata fatto colare a picco tra Salerno e Paola: «In quella zona fu inabissato un cargo che partì da Gaeta, mi pare, con roba nucleare, che doveva andare in Africa. L'affondamento è avvenuto tra il 1988 e il 1989». Sempre secondo il collaboratore di giustizia, la nave in questione era stata «gestita sempre dalla P2, attraverso Cipriano Chianese e penso che anche gli uomini di Bidognetti avessero un ruolo in quella operazione. E magari anche con il coinvolgimento dei servizi. Quella nave doveva andare verso la Somalia, mi raccontarono». Anche in quel caso il naufragio sarebbe stato provocato ad arte perché la nave era stata intercettata, «così mi fu raccontato».
Va notato come la città di Gaeta, porto di partenza della nave dei veleni descritta da Schiavone, fosse stata inserita tra i luoghi interessati al traffico di rifiuti citati nell'audizione del 1997. «Questa era una nostra zona d'influenza attraverso un nostro affiliato, Gennaro De Angelis - ha confermato al Manifesto - non ricordo se aveva contatti con i somali lui diceva che faceva affari con gli africani».
Strani intrecci: da Gaeta alla Somalia
Nel complicatissimo puzzle dei traffici di veleni i pezzi cominciano faticosamente a combaciare. Il porto di Gaeta - come ricorda Palladino nel suo articolo - era stato accostato in passato ad alcune attività sospette. Qui, ad esempio, operava dall'inizio degli anni '90 la Shifco (Somali Hight Fisching Company), una società dedita ufficialmente alla pesca d'altura e al commercio ittico. La Shifco era proprietaria di una flotta di pescherecci battenti bandiera somala, donati dalla Cooperazione italiana ai pescatori del Corno d'Africa. Imbarcazioni che secondo molte supposizioni e molte voci, sempre smentite dalla proprietà somala, erano in realtà nient'altro che un mezzo per occultare in Somalia rifiuti tossici e radioattivi.
Di certo c'è che proprio le attività della Shifco erano al centro dell'ultima indagine di Ilaria Alpi. Un'inchiesta che ruotava attorno ad un intreccio affaristico complesso e che ipotizzava l'utilizzo di alcune navi somale nei flussi illegali di armi e rifiuti verso il Corno d'Africa, con il coinvolgimento di alcuni uomini del SISMI (l'ex servizio segreto militare italiano). Tutto venne interrotto in seguito all'assassinio della giornalista avvenuto nel 1994 a Mogadiscio.
Nove anni dopo, un rapporto dell'ONU (S/2003/223 del 25 marzo 2003) aveva puntato il dito contro i pescherecci Shifco per aver trasportato nel 1992 una partita di armi polacche nel nord della Somalia. Il 14 giugno 1992, specificava il rapporto, una nave Shifco caricò dalla M.V. Nadia circa 300 fucili d’assalto AK-47 dell’Est Europa e 250mila proiettili di piccolo calibro. Il carico venne poi sbarcato ad Adale, in Somalia. Regista dell'operazione fu Monzer al-Kassar, meglio noto come “Il principe di Marbella”, trafficante internazionale di armi arrestato dalla DEA nel 2008.
Massimiliano Ferraro - Torino
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